“Giù le armi?” Riflessione di Massimiliano De Cristofaro, responsabile settore nazionale Armi e Tiro

Ogni volta che accade un fatto di cronaca particolarmente grave, puntuale come le tasse, arriva il coro: “Giù le armi”. È una frase semplice, efficace, emotiva. Talmente efficace che spesso sostituisce qualsiasi ragionamento. “Giù le armi.” Come se il problema fosse l’oggetto e non chi lo utilizza. Seguendo lo stesso principio, dopo un incidente stradale dovremmo gridare “giù le automobili”, dopo una truffa online “giù internet” e dopo una rapina con un martello “giù i martelli”. Eppure, quando si parla di armi, una parte dell’opinione pubblica sembra improvvisamente dimenticare che il mondo reale è un po’ più complesso degli slogan. Per alcuni, un’arma non può essere altro che uno strumento di morte. Fine della discussione.

Non importa che esistano discipline sportive praticate da milioni di persone nel mondo. Non importa che vi siano collezionisti che studiano la storia militare meglio di molti professori universitari. Non importa che esistano artigiani, armaioli e progettisti che hanno dedicato la vita alla meccanica di precisione. No. Per costoro tutto si riduce a una formula infantile: Arma uguale male! Peccato che la realtà, abbia il brutto vizio di essere più complicata. Esistono persone che trascorrono intere giornate al poligono rispettando regole rigidissime, sviluppando disciplina, concentrazione e autocontrollo. Esistono collezioni storiche che raccontano secoli di tecnologia, politica e storia umana. Esistono pezzi di meccanica che rappresentano autentici capolavori di progettazione, lavorazione dei metalli e ingegneria.

Osservare un’antica arma finemente incisa non significa desiderare la guerra, così come ammirare una Ferrari non significa voler correre a 300 chilometri all’ora in centro città. Ma questa distinzione sembra troppo faticosa per chi preferisce dividere il mondo in buoni e cattivi, giusto e sbagliato, bianco e nero. L’arma diventa così una specie di oggetto maledetto, dotato di una volontà propria. Una pistola appoggiata in cassaforte sarebbe improvvisamente una minaccia per l’umanità. Un fucile da collezione custodito da quarant’anni da un pensionato diventerebbe il simbolo universale della violenza. Un tiratore sportivo che passa il fine settimana al poligono verrebbe guardato con sospetto, mentre chi passa dieci ore al giorno a insultare il prossimo sui social sarebbe considerato perfettamente innocuo. Curioso concetto di pericolosità quello di alcuni.

E allora, oltre a vietare le armi, vietiamo anche tutto il resto?

C’è un aspetto che molti sembrano ignorare quando affrontano il tema delle armi da fuoco, il loro utilizzo sportivo. Il tiro sportivo non è un’invenzione recente né un passatempo per pochi appassionati. È una disciplina riconosciuta a livello nazionale e internazionale, presente perfino ai Giochi Olimpici, praticata da atleti che dedicano anni ad allenare concentrazione, controllo emotivo, precisione e disciplina. Ma se il principio fosse davvero che un oggetto deve essere vietato perché può ferire o uccidere, allora dovremmo essere coerenti fino in fondo.

Dovremmo vietare l’arco sportivo, perché una freccia può uccidere. Dovremmo vietare la balestra, nata come arma e oggi utilizzata anche in attività sportive e ricreative. Dovremmo vietare la scherma, disciplina nobile che trae origine dal combattimento con la spada. Dovremmo vietare il kendo giapponese, che deriva dall’arte della katana. Dovremmo vietare le arti marziali che insegnano l’uso di armi tradizionali cinesi e giapponesi, dalle sciabole ai bastoni, dai pugnali agli strumenti storicamente concepiti per il combattimento. E a quel punto, perché fermarsi? Le mani possono uccidere. I piedi possono uccidere.

Un pugile professionista possiede capacità offensive enormemente superiori a quelle di una persona comune. Allora dovremmo vietare la boxe? Dovremmo vietare il pugilato olimpico? La kickboxing? La muay thai? Le MMA? Il karate? Il judo? Il wrestling? Ogni disciplina che prevede il confronto fisico? La verità è che nessuno considera la boxe una scuola di aggressione soltanto perché un pugno può fare male. Nessuno pensa che un arciere sia un pericolo sociale perché utilizza uno strumento che per secoli è stato impiegato in guerra. Perché tutti comprendono una distinzione fondamentale, una cosa è l’uso sportivo, regolamentato, disciplinato e responsabile; altra cosa è l’abuso criminale.

Questa distinzione, però, sembra scomparire quando si parla di armi da fuoco. Eppure il principio è identico. Lo sport non celebra la violenza. Celebra il controllo della forza. Non esalta l’aggressione. Esalta la disciplina. Non insegna a fare del male. Insegna a padroneggiare strumenti, tecniche e sé stessi. Chi pratica tiro sportivo, scherma, tiro con l’arco o arti marziali sa bene che il primo insegnamento non è colpire qualcuno. È imparare il rispetto delle regole. Ed è proprio questo che spesso distingue uno sportivo da un violento, non lo strumento che utilizza, ma il modo in cui sceglie di utilizzarlo. La verità è che gli oggetti non hanno una morale. Le persone sì. Non tutte però. Le armi possono essere strumenti sportivi, oggetti storici, opere di meccanica, beni da collezione o, nelle mani sbagliate, strumenti criminali. Esattamente come mille altri oggetti presenti nella nostra società.

Per questo gli slogan raramente risolvono i problemi. “Giù le armi” può stare bene su un cartello, durante una manifestazione o in un post da condividere tra persone già convinte. Ma quando si decide di ragionare seriamente, bisognerebbe forse accettare una verità meno comoda: non sono gli oggetti a essere buoni o cattivi. Sono gli esseri umani. E quella, purtroppo, è una questione che nessuno slogan riuscirà mai a risolvere.

 

Massimiliano De Cristofaro, responsabile nazionale settore Armi e Tiro di OPES

Armi e tiro, il pensiero di Massimiliano De Cristofaro
Immagine creata con l’Ai. Testi di Massimiliano De Cristofaro

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