Un’esperienza che arricchisce, che lascia il segno e che crea nuove sinergie. Così può essere definita l’opportunità offerta dal programma Erasmus+ al settore sportivo. Tra i primi settori di OPES a cogliere al volo questa possibilità, c’è sicuramente il movimento della pallavolo, guidato da David Simbolotti. Di seguito l’intervista rilasciata ai volontari del Servizio Civile Universali impegnati nel progetto di OPES nella comunità valenciana.
Com’è andata complessivamente l’esperienza di mobilità del settore pallavolo a Valencia? Che cosa ti ha lasciato?
David Simbolotti: Complessivamente l’esperienza è stata molto positiva e formativa, sia per me che per gli allenatori che hanno partecipato con me come staff OPES. Arrivo a questo tipo di esperienze con un bagaglio che nasce da lontano: ho iniziato infatti il mio percorso nella pallavolo da giovane, come atleta, e nel tempo questa passione si è trasformata in un impegno sempre più strutturato e professionale”.
Vivendo questa mobilità in Spagna come responsabile del settore Pallavolo e Beach Volley, la prima considerazione che emerge è la forte necessità di avere un team davvero coeso, allineato sui valori e sulle finalità del progetto.
La settimana ha avuto ritmi più elevati rispetto a quelli a cui siamo abituati: giornate piene, allenamenti intensi, riunioni e confronti continui. Questo ci ha costretti ad adattarci rapidamente e ci ha fatto osservare meglio cosa funziona e cosa va migliorato.
Personalmente, durante l’esperienza di mobilità in Spagna, ho potuto confrontare il nostro lavoro quotidiano con quello dei colleghi spagnoli, trovando spunti molto utili dal punto di vista tecnico, metodologico e relazionale.
La considerazione principale che porto a casa come responsabile è questa: il margine di crescita è enorme, ma passa dalla disciplina quotidiana e dalla qualità degli allenamenti. Valencia mi ha confermato in modo forte quanto sia determinante lavorare con uno staff allineato e collaborativo.
Quali sono state le attività che ti sono rimaste maggiormente impresse?
DS: Le attività che più mi sono rimaste impresse sono molte, ma alcune hanno avuto un impatto particolare.
La prima riguarda le sessioni di allenamento congiunte con i tecnici spagnoli: ritmo alto, grande attenzione ai dettagli tecnici, scambi continui su gesti, strategie e relazione con gli atleti.
Poi, ci sono le fasi di gioco e la gestione della pressione: si è visto chiaramente chi era abituato a gestire contesti più competitivi e chi meno, elemento utile anche per riflettere sul nostro lavoro in Italia.
Quindi, i momenti di team building fuori dal campo: autentici, spontanei, fondamentali per conoscere davvero il gruppo senza filtri.
Il quarto aspetto è collegato alle riunioni tecniche tra allenatori su coaching, mental coaching, comunicazione e responsabilizzazione: sono state tra le attività più formative dell’intera settimana.
Infine, lo scambio culturale e linguistico: vedere tecnici italiani interagire con ragazzi spagnoli, trovando modi creativi per capirsi, è stato un valore aggiunto enorme.
Sono attività che hanno evidenziato il potenziale del gruppo e la forza dello staff quando è costretto ad adattarsi rapidamente.
Cosa sei riuscito a riportare e applicare nel tuo club, una volta tornato in Italia?
DS: Nel mio club, la Sport Teen Academy, realtà nata con l’obiettivo di far crescere i giovani non solo sportivamente ma anche dal punto di vista umano, ho iniziato a riportare diversi elementi pratici osservati durante la mobilità.
Maggiore struttura nelle sedute: esercizi chiari, obiettivi precisi, tempi definiti e un’organizzazione più rigorosa.
Responsabilizzazione degli atleti: autonomia nel materiale, nella puntualità, nel riscaldamento e nella gestione dei dettagli.
Inserimento di esercizi e metodologie viste lì, adattate ai livelli dei nostri gruppi.
Un approccio più professionale anche nel contesto dilettantistico: cura del corpo, attenzione ai fastidi fisici, rispetto dei ruoli e puntualità.
Nel mio ruolo di manager e allenatore, ritengo fondamentale trasformare questa esperienza in cambiamenti concreti e quotidiani, non in un semplice ricordo. E infatti ha già modificato il nostro modo di lavorare ogni settimana.
Qual è stato l’aspetto che più di tutti è piaciuto al gruppo?
DS: L’aspetto più apprezzato dal gruppo è stato il vivere l’esperienza con il valore di una rappresentativa nazionale OPES. È qualcosa che dà significato, appartenenza e una motivazione extra.
Ho apprezzato molto anche il clima internazionale, stimolante e diverso dal solito, la vita di squadra, condivisione di alloggio, pasti e momenti liberi, e il sentirsi parte di qualcosa di più grande del proprio club. Un aspetto che ha avuto un forte impatto emotivo e identitario.
Il fatto che molti ragazzi continuino a sentirsi ancora oggi dimostra che si sono creati legami profondi.
Come hai trovato l’organizzazione?
DS: L’organizzazione è stata chiara, efficace e ben strutturata. Ovviamente, essendo la prima esperienza di questo tipo, alcune sfumature sono risultate da sistemare, soprattutto quando si integrano due realtà diverse, quella italiana e quella spagnola, e due lingue che possono portare a interpretare le stesse informazioni in modo leggermente diverso.
Nel complesso, però, posso dire che l’organizzazione è stata eccellente, sia per qualità che per attenzione ai dettagli.
Cosa ti ha stupito maggiormente durante la mobilità?
DS: Due aspetti in particolare mi hanno colpito maggiormente: il clima e l’energia delle attività, un’atmosfera contagiosa capace di coinvolgere tutto il gruppo e il livello delle strutture spagnole, con spazi ben gestiti, materiali adeguati, staff coordinato e impiantistica di alto livello.
Mi ha colpito molto anche la velocità con cui il gruppo ha iniziato a comportarsi come una vera squadra, quando ha capito che la responsabilità operativa era solo nostra. È stata una reazione matura e molto positiva.
Consiglieresti questa esperienza? Se sì, perché?
DS: Sì, consiglierei una simile esperienza di mobilità in Europa, ma non a tutti e non superficialmente. La consiglierei ad allenatori che vogliono davvero mettersi in discussione e che comprendono che non si tratta di una vacanza, ma di un’esperienza formativa seria, fatta di regole e impegno.
La consiglierei perché ti fa uscire dalla tua zona di comfort, offre un confronto reale con standard diversi e dà una forte spinta motivazionale al ritorno. Se invece qualcuno cerca solo una settimana di sole, allora no: questa non è l’esperienza adatta.